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Quando c’è da piangere tu ridi!

Mia madre, avendo intuito che le carte non passavano e non sarebbero mai passate, mi fa: se la vita è monella tu falle buon viso a cattivo gioco.
Io ero bambino, già mi confondevo ad ascoltarla quella frase, figuriamoci se ne comprendevo il significato.
Le carte intanto continuavano a non passare, il tempo sì invece e io mi ritrovai ragazzo.
Era giunto il momento di capirla quella raccomandazione. Decisi quindi di prendere una per una le parole che la formavano, analizzarle, e capirne finalmente il significato. “se la vita è monella tu falle buon viso a cattivo gioco” che in parole povere (più povere di quanto eravamo noi) veniva a dire “pure quando c’è da piangere tu ridi”.
All’inizio non ci riuscivo: come potevo ridere se in realtà mi veniva da piangere?
Decisi di insistere. In qualche modo avrei dovuto fare, anche perché le carte erano sempre quelle, non cambiavano. Toccava a me cambiare.
Mi incornai.
Non mollavo.
E a forza di sbatterci contro. Ci riuscii.
A metà però.
Mezza faccia restava sincera, l’altra mezza cominciò ad obbedire ai miei comandi.
Neanche il tempo di festeggiare per il mio primo mezzo successo che cominciò l’inferno. Chiunque mi capitava di fronte, vedendo la mia doppia espressione, scappava.
Pensavano fossi il diavolo.
A quel punto decisi di fermarmi e volevo fermarmi per sempre.
Il caso volle che mi fermai in un angolo.
Nessuno mi arrivava di fronte.
Le persone arrivavano da destra o da sinistra. Chi giungeva da un lato vedeva un me, chi giungeva dall’altro incontrava un altro me.
Nel giro di poche ore si formarono due file lunghissime che a turno si scambiavano di posizione per ammirare “il caso dell’uomo con due facce”. Tra la folla c’era anche Mimmo, che nel quartiere era famoso per occuparsi dei talenti della zona.
Mi prese nella sua squadra.
Da quel momento in poi le carte cambiarono e adesso in mano ho sempre assi!

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