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Palermo – Milano e ritorno. La tratta speciale.

I moscerini.
La cosa più fastidiosa di queste giornate sono i moscerini.
Perché, vuoi o non vuoi, le stagioni vanno avanti, la primavera è arrivata e i moscerini pure.
Eccoli. Ti si poggiano sulle ali e si attaccano, si appiccicano: prudono.
Dovrei agitare i flap per farli volare via, ma niente.
Dovrei dare un po’ di gas alle turbine per farli spaventare, ma non posso.
Sono spento.
Loro quindi, i moscerini, se ne approfittano e si accomodano fastidiosamente sulle mie ali senza che io non possa far nulla.
Scusate. Facciamo un passo indietro però. Non mi sono ancora presentato.
Lo faccio subito: sono un Airbus A320 della Flotta Alitalia. La compagnia di bandiera Italiana.
Airbus A320 – Matricola #751613.
In questo momento mi trovo nel parcheggio Sud riservato agli aeromobili in arrivo presso l’aeroporto Linate di Milano.
Una sosta che va avanti da venti giorni ormai. Ventuno forse. Giorno più giorno meno poco conta.
Conta che io sono spento.
“In attesa di nuovi segnali dalla torre di controllo” mi ha detto l’ultima volta che ci siamo visti il Comandante.
Ho sempre operato sulla tratta Milano Linate – Palermo Punta Raisi e ritorno.
La tratta più bella tra quelle nazionali probabilmente, o per lo meno così mi pare di intuire da quello che mi dicono i miei colleghi impegnati su tratte diverse.
La Tratta Speciale la chiamano.
“Stai zitto e non ti lamentare che sulla tratta speciale te sei fortunato” dice sempre qualcuno di loro quando siamo parcheggiati vicini in fase di carburante e di imbarco.
E sarà che io forse c’avevo fatto l’abitudine ma tutta questa particolarità nella mia tratta mica la vedevo.
Un grande classico. Hai qualcosa di speciale tra le mani? Tutti i giorni?
Ti ci abitui e la trascuri.
Di colpo, proprio quella cosa, ti viene tolta? Immediatamente, ti manca.
La mia Tratta è Speciale. È vero.
Non vi nascondo che a volte vorrei correre sulla pista, spingere i motori al massimo e decollare. Farmi un giro sulla mia Tratta.
In un’ora e venticinque di volo effettivo riesci ad attraversare tutta l’Italia e quando le condizioni atmosferiche lo permettono puoi guardarla tutta.
L’Italia.
Dalla testa ai piedi. Come se fosse una persona puoi guardarla l’Italia.
Mi manca la mia tratta e me ne rendo conto adesso che sono obbligato a stare a terra.
Mi manca svegliare l’Italia e darle il buongiorno con il volo delle 6:10.
Mi manca darle la buonanotte, un attimo primo di toccare terra, con l’ultimo volo delle 23:50.
Mi manca l’alba e il tramonto.
Mi manca l’azzurro del mare e del cielo.
Mi manca il nero-roccia appuntito delle montagne.
Mi manca il bianco della neve, sempre più rara, e il bianco dei banchi di nebbia. Pure di quelli più spessi.
Mi mancano i miei passeggeri.
Tutti.
I pendolari, quasi sempre stressati.
Gli occasionali, quasi sempre sorridenti.
I parenti da giù, puntualmente felici.
Chi parte per curarsi, sempre speranzoso.
Mi manca il mio equipaggio sempre gentile e paziente con me, col cielo e con i passeggeri: quelli che si comportano bene e quelli che si comportano meno bene.
“Le borse e gli zaini piccoli vanno sotto il sedile di fronte a voi per favore” – “Dentro le cappelliere soltanto i bagagli di dimensione più grande per favore”-“Stia tranquillo che la cassata non si rovina”.
Uh quante liti, persino di quelle ho un po’ nostalgia.
E infine, Signore e Signori: gli applausi.
Adesso, nel bel mezzo di questo silenziosissimo parcheggio, capisco le parole dei miei amici.
La mia Tratta è Speciale perché ci son giornate in cui io, aereo, Airbus A320, tubo metallico, impasto di meccanica e tecnologia, mi trasformo in un Teatro.
Il volo diventa uno spettacolo e toccato terra, per la stessa magia di cui è fatta il Teatro, scatta l’applauso.
Nessuno sa davvero come e perché.
Il motivo è intimo e diverso per ciascuno dei passeggeri. Cambia da un posto all’altro. A Teatro tutti applaudono contemporaneamente, ma ognuno lo fa per una ragione diversa.
Mi mancano tremendamente quegli applausi.
Mi manca il timido coraggioso che per primo batte le mani e lo innesca.
Mi mancano i finti coraggiosi che non aspettano altro che un piccolo segnale per lasciarsi andare.
Con buona pace dei radical chic che fanno finta di odiarli quegli applausi, credendosi diversi da chi le mani le batte e ci crede.
Se c’è una lezione che abbiamo imparato da questo Virus è che tutti siamo uguali.
Siamo tutti nella stessa barca anche se in questo caso direi siamo tutti nello stesso Aereo.

E l’Aereo sono IO.
Spero di vedervi presto a bordo.
Scaldate le mani. Fatelo pure voi cari radical chic.
Anche voi mi mancate.

Illustrazione di Irene Roggero

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