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“Partirei dalle cose semplici. Come stai?”

Casa sua, così pulita, Mattia non l’aveva mai vista.
Aveva messo in ordine persino l’armadio.
Il frigo.
La dispensa.
Il balcone.
Il solaio.
Tutto, pur di non ritrovarsi davanti lo specchio del bagno ed incrociare il suo sguardo che, con molta probabilità, stava lì ad aspettarlo per chiedergli “come stai?”.
In quelle giornate di isolamento aveva imparato persino a lavarsi i denti con gli occhi chiusi, pur di evitare di incontrarlo il suo sguardo.
Trovava poi tracce di dentifricio sul maglione, sulla testa, contro lo specchio e sui muri del bagno e del corridoio addirittura.
Poi, per occupare un’altra porzione di tempo, aveva pensato di portare giù la pattumiera un pezzettino alla volta, evitando di prendere l’ascensore a favore delle scale, sia per scendere che per salire.
In questo modo si sarebbe preso cura anche della sua forma fisica.
Non che gliene fosse fregato mai qualcosa della salute e dell’allenamento ma adesso ogni scusa era buona per far scorrere le lancette dell’orologio.
Tra il terzo e il quarto piano l’idea: bussare ai suoi vicini di casa e proporsi come tuttofare-aiutante per mettere in ordine anche le loro case.
Così avrebbe occupato davvero tutto il tempo libero di quelle giornate e delle settimane seguenti. Il suo sguardo, oltre lo specchio, ad un certo punto si sarebbe stancato di aspettarlo, sarebbe andato via e lui sarebbe potuto
tornare a guardarsi in faccia senza paura.
Ci ragionò qualche secondo.
Meglio di no.
I suoi vicini erano anziani, tutti sopra gli ottanta.
Se solo avesse provato ad avvicinarsi ad una delle loro porte sarebbe stato accusato di tentato omicidio. Il rischio di contagiarli era troppo alto.
Niente da fare.
Idea bocciata.
“Ehi!!!”
Una voce! “Chi parla?” Si domandò Mattia.
“Che ci fai dietro la mia porta? Cosa Vuoi?”.
Questa è la voce del Signor Putaferri pensò.
Anche perché al terzo piano abitano soltanto il Signor Putaferri e la Signora Coriandoli. Non c’era molto da investigare e scoprire.
Il Signor Putaferri lo stava spiando dallo spioncino della porta.
“Che fai per le scale?” incalzava l’anziano, “Vieni, avvicinati alla porta”
Mattia, rivolgendosi verso la porta chiusa dal quale sentiva arrivare la voce, chiese “io?” portando l’indice della mano destra verso il suo petto.
“Vedi qualcun altro qui? Tu, tu! Vieni qua!” sentenziò la voce.
Mattia sì avvicinò.
“Aspetta che prendo la sedia, non ti muovere”.
Mattia sentì i passi del signor Putaferri allontanarsi dalla porta verso l’interno della casa. Durante l’attesa continuava a guardarsi intorno come a voler cercare delle microcamere nascoste, che però non c’erano.
“Parliamo un po’.” L’ anziano aveva fatto ritorno.
Mattia era in evidente imbarazzo. Non sapeva cosa dire. Tra l’altro era pure in tuta e la cosa lo faceva sentire a disagio, come se fosse nudo davanti a tutti.
“E di cosa parliamo?” rispose Mattia.
“Io partirei dalle cose semplici” borbottò la voce anziana. “Come stai?”
La stessa domanda che il suo sguardo oltre lo specchio provava a fargli da settimane.
Mattia era un po’ titubante e scettico.
Parlare con una porta chiusa non era proprio il modo in cui immaginava di trascorrere le giornate di riposo forzato ma allo stesso tempo era curioso. Aveva voglia di provare.
Non avere uno sguardo puntato addosso lo liberava da certi imbarazzi e piano piano si lasciò andare.
Anche troppo.
Parlava soltanto lui. Si fermava soltanto per riprendere fiato e quasi mai lasciava un po’ di spazio al Signor Putaferri che a malapena riusciva a dire poche parole come “Ho capito” oppure “Interessante”.
Quelle chiacchierate alla porta, a Mattia, cominciavano proprio a piacergli.
Se prima andava a buttare la pattumiera cinque volte al giorno adesso usciva per le scale il doppio delle volte e puntualmente, davanti la porta di Putaferri, si inventava un colpo di tosse, uno starnuto, una chiamata al telefono, qualcosa di rumoroso per attirare l’attenzione dell’anziano ed imbastire una nuova chiacchierata.
Tutti i giorni.
A volte anche due volte al giorno.
Per tutta la durata dell’isolamento.
Sino al giorno in cui tutto il Paese, per festeggiare la fine della pandemia, fu invitato a riaprire le porte delle case e salutare i propri vicini.
Mattia uscì di corsa dalla sua abitazione al sesto piano e si precipitò al terzo per bussare alla porta dell’ormai amico Putaferri.
Gli bussò una prima, una seconda e una terza volta.
“E cosa ti bussi? Vieni qui, abbracciami! Siamo Vivi!”” Urlò la signora Coriandoli dalla porta accanto, correndogli incontro, fino a saltargli di sopra per aggrapparsi al suo collo.
“Il signor Putaferri? È già uscito?” provò a dire Mattia sbucando tra le braccia della signora Coriandoli.
“Ragazzo, ma che dici? Mi sa che questo isolamento ti ha dato alla testa. Il Putaferri è morto che saranno passati dieci anni. Forse pure quindici. Vieni qui! Fatti abbracciare di nuovo! SIAMO VIVI!!!!” urlava sempre più forte la signora Coriandoli.
Mattia questa volta riuscì a scappare prima che la morsa della signora Coriandoli lo stritolasse di nuovo e tornò su per le scale, stordito, confuso e pure a disagio visto che tutti erano sui propri pianerottoli a festeggiare e lui era in tuta. Che vergogna.
Rientrato a casa Mattia corse in bagno, dimenticando che oltre lo specchio avrebbe trovato qualcuno ad aspettarlo.
Sentiva la testa come andare a fuoco ed è per questo che l’unica cosa che desiderava in quel momento era un getto ghiacciato sui capelli.
Il contatto con l’acqua gelida lo fece sentire vivo e gli diede la certezza di non trovarsi dentro un sogno.
Con gli occhi ancora chiusi allungò la mano a colpo sicuro verso l’asciugamano alle sue spalle e la stropicciò sul volto per asciugarlo.
“Come stai?” gli chiese il suo sguardo oltre lo specchio.
“Bene. Sto bene” rispose Mattia.
Tutti e due, insieme, sorrisero. Finalmente.

Il condominio di Mattia e del signor Putaferri
Sesto piano. Dove abita Mattia.

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