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Con la maglia numero 11, IL POETA!

Nome, cognome, anno scolastico, classe d’appartenenza e basta.
Tutto scritto rigorosamente in stampatello maiuscolo, grafia perfetta e penna nera, sulla prima pagina dei quadernoni che Totò Rizzo puntualmente comprava dalla Signora Penna, titolare della cartoleria della zona.
Con la speranza, ogni volta, che i quadernoni venissero davvero usati da Samuele, suo figlio, che in tutti gli anni precedenti non aveva scritto nient’altro a parte Nome, cognome, anno scolastico e classe d’appartenenza appunto.
Ma cosa poteva farci Totò Rizzo? Aveva provato in tutti i modi a spiegare a Samuele che la scuola è la cosa più importante di tutte, ma niente.
I quadernoni restavano bianchi. Tutti gli anni.
Si preoccupava Totò Rizzo, eccome se si preoccupava. Non c’erano dubbi sul fatto che fosse un buon padre e bastava scambiare due parole con suo figlio Samuele per rendersi di quanto l’avesse educato per bene. Totò Rizzo non si lasciava comunque scoraggiare da quei quadernoni che restavano bianchi, non si arrendeva e li ricomprava. Se ne fregava del fatto che i quadernoni costavano sempre di più e comprarne dieci nuovi, ogni anno, significava rinunciare a qualcosa della spesa settimanale. Di questa faccenda però se ne occupava lui in persona, senza parlarne a nessuno, così da non far capire nulla a quel cornuto di suo figlio Samuele e neanche alla sua splendida moglie Rita, che tutti gli anni gli proponeva di riutilizzare i quaderni praticamente nuovi dell’anno prima e di correggere soltanto l’anno scolastico. Peccato che Totò non voleva manco ascoltarla questa proposta e, ancora prima che la moglie finisse di parlare, era già andato via per comprare quelli nuovi.
“E se Samuele si mette finalmente la testa a posto e questo è l’anno giusto?! Non è un peccato farlo cominciare con i quadernoni nuovi già scarabocchiati?” pensava mentre faceva strada verso la cartoleria.
Quindi Totò Rizzo si faceva il segno della croce ed entrava nella cartoleria.
La Signora Penna, donna onesta, l’aveva capito da almeno trentacinque anni che facendo quel mestiere non si sarebbe mai arricchita e sapendo che Samuele Rizzo, figlio di Totò, di scuola no ne voleva manco a brodo, proponeva a Totò i quadernoni in offerta o quelli “rimasti” l’anno prima, così da farlo risparmiare un pochino. Il quartiere è piccolo e lo sanno tutti che la famiglia Rizzo non sta attraversando un periodo tranquillo.
Totò è in cassa integrazione da quasi due anni ormai e la moglie Rita è momentaneamente ricoverata per problemi di salute che vanno avanti da quindici anni. Radio Rione dice che trattasi di esaurimento nervoso, ma nessuno se la sente di ufficializzare la notizia. E neanche di smentirla.
E poi c’è Samuele: bello, intelligente, educato e in salute. Una fortuna questa che non ha prezzo.
L’unico pensiero, l’unica preoccupazione che da Samuele è la scuola. Che poi non è un semplice pensiero ma un problema di quelli grossi, considerata la piega che sta prendendo tutto il discorso. Il fatto è che Samuele a scuola non ci va. Anzi ci va, ma non ci resta.
Il motivo? Uno è: il pallone e la poesia. Che a prima lettura possono sembrare due ma vi garantisco che di uno si tratta.
Samuele arriva a scuola per primo, tutte le mattine. È il più puntuale di tutti. Entra in classe e si siede al suo posto, rigorosamente in prima fila, quando ancora tutti gli altri compagni sono fuori a rincorrersi e dentro la scuola ci stanno soltanto i bidelli che prendono il caffè. Un ragazzino modello verrebbe da pensare a guardare la compostezza con cui Samuele sta seduto in classe in attesa di tutti gli altri. Peccato però che Samuele vuole stare seduto in prima fila soltanto per stare più vicino alla porta d’uscita e poter scappare senza troppi problemi, subito dopo l’appello. C’hanno provato in tutti modi a fermarlo, senza mai riuscirci purtroppo. Con le buone e con le cattive. Samuele trova sempre il modo di saltare i bidelli e i discorsi dei maestri che inutilmente provano a trattenerlo dentro la scuola e correre al campetto abbandonato.
E pensare che la colpa è proprio di suo padre Totò che, qualche anno prima, preoccupato del fatto che suo figlio Samuele stava sempre a leggere libri di poesie e non fosse attratto dal pallone, era andato a prenderlo al suo primo giorno di scuola prima dell’orario d’uscita e lo aveva portato al campetto.
Totò era preoccupato davvero: Samuele manco sapeva che il pallone andava calciato coi piedi. “Tiraaa” gli urlava Totò e il piccolo Samuele, senza mai mollare il libro di poesie, raccoglieva la palla e la lanciava con la mano. Niente da fare.
“Ti piacciono assai le poesie , è vero Samuè?”.
Samuele faceva si con la testa, anche se avrebbe voluto dire no perché non sapeva cosa stava per dirgli suo papà.
“E magari ti piacerebbe pure scriverle ma non sai da dove cominciare, evè?”.
Samuele annuiva ancora più veloce.
“E allora fai così. Fai finta che questo campetto sia un foglio di carta bianco. Tu sei la penna e questo pallone è l’inchiostro. Prova a scrivere tutte le poesie che ti passano per la testa, scrivile prima su questo campo e poi corri a scriverle sopra i tuoi quaderni. Usa le tue gambe per giocare con le parole. Tieni gli occhi e il fiato di chi ti guarda incollati alle tue gambe e alle parole che scrivi, come soltanto i grandi poeti sanno fare con le loro poesie, scrivi più veloce che puoi e segna”.
Ora, sul fatto che Samuele fosse un bambino sveglio, attento e intelligente nessuno aveva mai avuto dubbi. Ma che subito dopo quelle parole Samuele cominciasse a correre con la palla attaccata al piede non ci credeva neanche suo padre Totò.
Quanti abbìli e quanta fatica per Totò e Rita durante gli anni di scuola obbligatori per Samuele. Ogni giorno era sempre la stessa storia: scuola, carabinieri, campetto, casa.
C’erano giornate che gli veniva da piangere a Totò ma evitava di farlo per non fare prendere altri dispiaceri a Rita e per non fare sentire in colpa Samuele.
Cosa aveva creato? Dove aveva sbagliato?
Totò non l’ha mai trovato il tempo di fermarsi e di cercare una risposta perché le giornate degli ultimi sedici anni sono volate correndo dietro ai casini che combinava Samuele.
C’è stato un momento però, domenica scorsa, in cui Totò ha finalmente smesso di tormentarsi.
Samuele sta per entrare in campo e fare il suo esordio in serie D.
La terra battuta del campo si è praticamente trasformata in fango e la nebbia taglia fuori dalla visuale dei giocatori quei pochi spettatori presenti a bordo campo. Totò e Samuele sono così emozionati che sembrano appena usciti dagli spogliatoi di San Siro il giorno del derby. Il quarto uomo si avvicina a Samuele per prendere nota del suo nome. Gli dice che non si può entrare in campo con un quaderno in mano. Totò sfila il quaderno dalla presa di Samuele e, senza farsi vedere, lo nasconde sotto la divisa del figlio stringendolo con l’elastico del pantaloncino.
Samuele entra in campo, sulla sua maglia c’è il numero 11 e invece del cognome ha deciso di far stampare IL POETA.
Totò adesso è felice. Lui lo sa quello che sta per scrivere Samuele.
Avrebbe voluto abbracciare suo figlio per come si deve una volta per tutte, ma il quarto uomo lo ha spinto in campo. Poco importa. Tutto quello che prova per suo figlio ha deciso di metterlo dentro quel nodo che adesso stringe il quaderno sotto il pantaloncino di Samuele, IL POETA.

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