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Arturo e le luminarie di Natale

Arturo avrebbe una lista di motivi lunga come la maratona di New York per odiare le persone. Lunghezza espressa in metri ovviamente: quarantaduemilacentonovantacinque ragioni per stare col musone, essere arrabbiato, non salutare, lamentarsi, essere insofferente, diventare addirittura violento, così tanto violento, da commettere un gesto sciocco e trasformarsi in un pericolo. E invece no. Arturo insiste con la sua gentilezza, il suo ottimismo e la sua pazienza, nonostante le quarantaduemilacentonovantacinque simpatiche ragioni di prima che gli stanno col fiato sul collo tutto il tempo e provano a farsi strada. Simpatiche come gli automobilisti che ti si appiccicano dietro, mentre stai guidando in autostrada e cominciano a lampeggiarti.

Dicevamo? Ah, Arturo. Arturo adesso è a bordo di un cherry picker, all’angolo tra piazza Abbiategrasso e Via Montegani. Diversamente da quello che vi sta suggerendo Google Translator, Arturo non sta raccogliendo ciliegie ma sta appendendo le luminarie di Natale nelle strade del quartiere Chiesa Rossa, a Milano. È la terza notte consecutiva di servizio a bordo di quel cestello metallico sospeso a dodici metri d’altezza, la prima in cui il freddo comincia a farsi pungente. Arturo non è mai solo sul cherry picker. È un lavoro che si fa almeno in due questo. Uno sostiene la luminaria, l’altro fa i nodi e l’appende. C’è Manuele questa notte con lui. 28 anni, Brianzolo doc che sbuffa e si lamenta ogni 15 secondi e ogni sbuffo di Manuele il cherry picker traballa che sembra un trabattello eppure è un cherry picker che brucia diesel e sputa fumo come un drago che ha appena finito il fuoco. È un loop: il cherry sputa, Manuele sbuffa, il cherry traballa. E così via per almeno quatto ore.

I nervi di Arturo, invece, continuano a non traballare. Una tranquillità che ad un certo punto infastidisce persino Manuele, il Brianzolo, speranzoso di trovare in Arturo un collega di lamentele. “Mi dici come cazzo fai ad essere così?” chiede il brianzolo ad Arturo mentre gli passa una luminaria a forma di candela. Arturo mette in sicurezza la candela e poi si volta verso Manuele: “Guarda lì. Quei due ragazzi lo sapevano benissimo che avrebbero trovato chiuso anche questo benzinaio. Le casse automatiche sono incappucciate con delle buste di plastica e sono tappezzate di avvisi che fanno riferimento alla protesta in corso. C’è lo sciopero dei benzinai e la benzina a Milano questa notte non si trova. Qualcuno sarebbe disposto a trivellare l’asfalto pur di arrivare alle cisterne sotto e rubarne un litro. Loro no. Non gliene frega nulla della benzina anche se sono appena rimasti a secco e hanno spinto quella Fiat Punto del 1996, con la spia del carburante un po’ difettosa, per quasi un 400 metri senza smettere di ridere neanche un secondo. E c’è da dire che tutti e due hanno avuto una di quelle giornate che se ti finisce pure la benzina, c’è lo sciopero e abiti a 42 kilometri di distanza, il tuo sistema nervoso crolla, la vista ti si annebbia e tutta la cattiveria che hai dentro esce fuori, contro te stesso e contro chi hai vicino. 

Ma la Punto verde del 96 certe cose non le capisce e, con una dolcezza che non le appartiene più da un pezzo, si è silenziosamente spenta e loro sono rimasti immobili. Zitti. Tre secondi lunghi come tre settimane in cui si sono fatti vivi anche i loro quarantaduemilacentonovantacinque motivi per sbroccare, anzi quarantaduemilacentonovantasei visto che si è appena aggiunto anche il pensiero che per questa notte non andranno a letto. E lo vuoi sapere cosa hanno da ridere quei due ragazzi? Hanno che nel preciso istante in cui stavano per crollare sotto il peso della stanchezza hanno cacciato via un sospiro gigante e insieme hanno detto: “Pensa se non eravamo insieme, pensa se eravamo soli. Pensa se avevamo un auto più pesante della Punto”. Son scoppiati a ridere e non si fermeranno mai più.”

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